Nell’ambito della mia attività professionale sempre più spesso leggo di aziende alla ricerca di “talenti” e/o alla ricerca di persone con un approccio “disruptive”.

Alla voce “talento” il dizionario Garzanti recita: “capacità innata, disposizione naturale” e ancora “persona geniale, dotata di grandi capacità”.

Quindi sembrerebbe che talenti si nasce. Vero è anche che l’ambiente socio culturale, economico, la volontà e la fortuna sono importanti per lo sviluppo di determinate caratteristiche.

Alla voce “disruptive” il dizionario di Inglese Garzanti traduce: “disturbatore, di disturbo, destabilizzante … “; e alla voce “disruption” traduce: “disturbo, disagio, interruzione, intralcio” e ancora “rottura, spaccatura, disgregazione”.

Pertanto si potrebbe forse dire che le aziende cerchino persone con grandi capacità innate, in grado di compiere azioni destabilizzanti di rottura e spaccatura al loro interno, e presumo anche all’esterno.

Confesso di aver cercato queste parole nel dizionario solo oggi che scrivo questo post; mi sono tornati in mente un mio Direttore ed un Responsabile i quali mi dicevano con una certa frequenza “ti abbiamo assunto perché tu sia un elemento di rottura”, “non ti abbiamo assunto per fare ma per pensare”. A parte il facile richiamo alla dolce crema di nocciole, penso che davvero cercassero un talento, precorrendo i tempi perché all’epoca non era così di moda, un giorno gli chiederò se lo abbiano mai trovato 🙂

Ma ora torniamo a noi: sappiamo che le aziende sono fatte di persone, le quali sono per loro natura restie al cambiamento, fanno fatica ad “uscire dalla comfort zone”, e sono avverse al rischio.

A riprova di questo sono abbastanza numerosi i Job Posting dove si cercano persone che abbiano già ricoperto esattamente il ruolo ricercato (talvolta per diversi anni) e/o provengano dal medesimo settore di mercato.

Detto questo mi chiedo, siamo sicuri che le aziende cerchino davvero talenti e disruption ? E se si, lo fanno consapevoli dei relativi rischi ed opportunità ?

Per alcune aziende la risposta è sicuramente si, altrimenti non sopravvivrebbero, e Salim Ismail non avrebbe potuto scrivere il suo libro “Exponential Organizations: Il futuro del business mondiale”.

Per altre aziende direi di no, anche vedendo alcune delle domande che vengono poste in fase di colloquio. Ve ne segnalo alcune sotto. Ho inoltre provato a immaginare quale possa essere il pensiero di un talento/candidato quando si sente porre questo genere di domande, l’idea mi è venuta leggendo questo articolo su Forbes.

Domanda 1: Perché dovremo assumere proprio lei ?

Pensiero: caro ingenuo, il tema non è se tu assumerai me, ma piuttosto se io vorrò venire a lavorare per te. Tieni presente che mentre voi fate il colloquio a me anche io faccio il colloquio a voi.

Domanda 2: Dove si vede tra 5 anni ?

Se il colloquio è con un superiore “di linea”, ad esempio il potenziale Responsabile, il pensiero potrebbe essere: tra 5 anni mi vedo al suo posto, e se andrà bene al posto del suo Responsabile.

continua a leggere …

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